LA COLLINA DEL DISONORE - Luigi Nardella

Due davanti e tre dietro, nell'automobile diretta al mare. Tonino, macellaio, il padre, guidava la sua Alfasud color sangue con la stessa posa corporea di quando seguiva il telegiornale a casa: accasciata. Bocca semiaperta, occhio a pecorone, mano destra appesa mollemente alla parte bassa del volante, e braccio sinistro pendulo fuori dal finestrino, col dorso della mano controvento. Tonino aveva trentacinque anni ma ne dava a vedere cinquanta. Più bugiardo di una lapide, se avesse potuto rinascere avrebbe scelto l'epoca western, dove tutti hanno una colt, e prima si spara e dopo si litiga.
Seduta accanto a Tonino c'era sua moglie Assunta, licenziata dal lavoro pochi giorni prima. Faceva l'infermiera a un'anziana nobildonna vedova e muta. Licenziata perché quando la vedova chiamava, lei non accorreva. Non solo perchè la vedova era muta, ma anche perché Assunta era quasi completamente sorda. Aveva tre anni meno di Tonino ma sembrava sua madre.
-Tonino non correre- disse Assunta mentre suo marito andava a ottanta all'ora in rettilineo senza alcun altro veicolo nel raggio di un chilometro. Assunta aveva letto Tonino non correre su una targhetta magnetica attaccata al cruscotto. Le microfoto dei tre tigli affiancavano la scritta: bimbetti dall'arla attonita che guardano la macchina fotografica come fosse un sonaglio della Chicco. Due di loro, femmine, le più grandi, erano il padre versione mignon, nere di pelo e carnagione scura. il più piccolo, biondo, esibiva un cannolo di capelli da nuca a fronte. Nessuno, nelle ultime cinque generazioni delle famiglie di Assunta e Tonino, era stato biondo. Si sospettò che quel piccolo ariano fosse il frutto di una scappatella di Assunta con un sudtirolese in tournée. Tonino soffrì di queste maldicenze, spaccò un paio di zigomi al parenti, e si tinse i capelli di biondo, dichiarando che era quello il loro colore originale. Rimaneva difficile credergli, dopo un'occhiata ai peli del petto e delle ascelle che, per abbondanza e colore, ricordavano una foresta carbonizzata.
Ora i tre figli, opportunamente cresciuti, erano sistemati sul sedile di dietro. Ai lati le femmine, di quindici e dodici anni, cantavano sottovoce lagne di musica leggera per serve. Il maschio biondino e seienne, col cannolo di capelli mutato in un'acconciatura elettricomohicana, aveva le mani arpionate sugli schienali dei sedili anteriori, ed era tutto preso dalla tecnica di guida del padre, invero assai rudimentale, perché consisteva in: cambio di marcia, imprecazione in dialetto antico, altro cambio di marcia, laconica richiesta di sigaretta alla moglie che non risponde, botta al clacson per attirare l'attenzione della moglie, altro scalo di marcia, la moglie si gira, lui porta indice e medio alle labbra, lei fruga nella borsa e gli passa un'emmeèsse, accensione dell'emmeèsse, botta all'acceleratore accompagnata da inutili dondolamenti del busto come a voler spingere di più, e così via. Il tutto adoperando il solo braccio destro, mentre il sinistro rimaneva ciondoloni fuori dal finestrino a godersi sole, vento e polvere.
All'altezza della discarica abusiva Tonino frenò e accostò. La discarica era a pochi metri dal ciglio della strada, per forma ricordava una collina sbracata. Oltre a una nutrita quantità di residui edilizi, ospitava scaldabagni rotti, monconi di lavandini, water divelti, reti, materassi, tubi e carcasse di elettrodomestici. Tonino scese senza guardarsi intorno. Il frigorifero morto montato sul suo portapacchi era di quelli familiari, ma Tonino pesava 97 chili, si concentrò, e fu subito energumeno. Slacciò le cinghie di aggancio e, dopo un paio di manovre di scivolamento sul portapacchi, afferrò il frigorifero che per un istante parve di piuma. Le poche nuvole alte nel cielo si immobilizzarono, il vento smise di massaggiare le spighe di grano, e una cornacchia gracchiò ammirata. Tonino Sansone inalberò il frigorifero, ed emettendo un peto dal suono contratto, lo scagliò in cima alla collina di rifiuti. Dall'Alfasud partì un applauso dei figli, mite quello delle femmine, da ultrà quello del piccolo sudtirolese.
Tonino risalì a bordo consegnando le cinghie del portapacchi ai figli, mentre Assunta lo liberava da un capello mezzo biondo e mezzo nero posatosi sulla spalla destra. Ripartirono beati, al mare mancava poco. Nuvole e vento ripresero le rispettive funzioni, la cornacchia si posò ad esplorare quel nuovo arrivato in cima alla collina.
Il rumore dell'Alfasud svanì del tutto nello stesso momento in cui un'autoblù fece sosta nel luogo da cui Tonino era ripartito. Tre sportelli si aprirono. Quelle che calpestarono l'asfalto erano scarpe da pubblico ufficiale, nere e classiche. Calzoni giacche cravatte e camicie che si ergevano dalle scarpe erano da pubblico ufficiale, e dentro c'erano pubblici ufficiali autentici.
-Qua, questo è il posto, dovrebbero già stare qua- disse quello alto un metro e mezzo con la faccia da assessore.
-Assessore, quando si tratta di puntualità gli albanesi sono peggio degli italiani- ribatté uno secco e curvo con l'aria da portaborse ministeriale, che guardò l'orologio e disse ancora: -Va be' che anche noi siamo leggermente in ritardo...
-Caro Fenzi- ironizzò l'assessore, per voi del Ministero questo è un esperimento...
-...che procede nel migliore dei modi.
-Sì, va bene. Ma senza l'assistenza di noi politici locali...
-...procederebbe ancora meglio: non fate che porre freni. Eppure vi abbiamo garantito che gli albanesi li trasferiamo sul Tirreno, dall'altra parte.
-Ma io con quali argomenti posso convincere quelli della Regione?
-Li abbiamo già convinti noi col miglior tipo di lettura proponibile in circolazione: gli assegni, circolari e al portatore.
-Ah!- si stupì l'assessore -e mo' me lo dite?
-Eccoli- interruppe il terzo uomo, che con ogni probabilità era un militare. Non che portasse la divisa, ma i suoi capelli corti e brizzolati avevano la piega circumnavigante tipica di chi calza cappelli militari.
Fenzi e l'assessore si voltarono verso la discarica, sulla quale era già puntato lo sguardo da falco del militare.
-Buongiorne zignori- fece una montagna umana coi capelli taglio anni '70, abito marrone doppiopetto, calzoni a zampa d'elefante e scarpe beat. Era sbucato da dietro la discarica, ma non da solo: con lui quattro giovani che ricordavano l'Equipe 84 in libera uscita.
-Salve, Erseke: ha trovato subito il posto?
-Sì, Fenzi, sì. Per noiu facile qui posta, pérche passàvimo altra volta prima.
Erseke era un albanese di quelli del sud, ai confini dell'Epiro, grosso e temprato a molti esercizi di sopravvivenza.
-Le presento l'assessore Fracchiolla, e il colonnello Papes- disse Fenzi
-Piaciére asciensore. Ma colonélo noiu no aspettava: altro scambio prima fatto siènsa militara.
-Allora vorrà spiegarmi chi sono questi quattro giovanotti che si è portato appresso: la volta scorsa lei era da solo col comandante della nave.
-Loro quattro mia scorta, governo mi dato una settimana fra.
-"Fa", un settimana "fa".
-Fa, scusa.
-Allora auguri, dev'essere stato promosso.
Erseke allargò le braccia e arrossì un poco:
-Si, io deve stato promosso.
-E il comandante?- continuò Fenzi.
-Su nave. Uomini di comandante hanna lavorato tutta notta per pulisce spiaggia.
-Spero non si siano limitati ai rifiuti grossi.
-"Limitati"?
Hanno ripulito tutto?
-Tutto, tutto- assicurò Erseke:
-bottiglia, sacchette, calippi, ciffi ammoniacàlo, buste plastica, coppette gelati, tutto.
-Bene- sentenziò Fenzi con la stessa intonazione che adoperava Pino Locchi quando doppiava James Bond: e il camion?
-Orarrìva.
-La nave è all'ancora?
-"All'ancora"?
-La nave è in mare?
-Sì, nave è in mare: e dove siennò, su montagna?- ironizzò Erseke, poi lanciò una risata volgendosi ai quattro uomini di scorta. I quattro risero anche loro a pappagallo, senza sapere perché.
-Nave è già in porto di Manfredonia- continuò Erseke, annullando la sua e l'altrui ilarità.
Basta che non li fate scendere prima, Erseke incalzò l'assessore da un metro e mezzo, sennò passiamo i guai col sindaco.
-Un momento- fece secco il colonnello Papes: -il Comando sapeva di un attracco della nave alle 13.30, non prima. Non abbiamo ancora approntato il servizio d'ordine.
-Non prieòcupa, colonélo- replicò l'albanese. -Noiu fatta attraccàra nave prima di tempo per motiva di emergiensa. Sei passeggeri avuto forta attacca intestina, dovuti sbarcare per ricovera ospetàIa.
-Ecco- rantolò l'assessore congiungendo le mani come una comare, -mo' ci mancava pure il colera!-
-No, no colera: loro hanna dissettirìa.
-"Dissenteria", si dice "dissenteria".
-Sì, dissettirìa, non prieòcupa, sciési da nave soli sei persone.
-Me lo auguro- il colonnello era preoccupato, -perché se uno solo dei suoi 494 connazionali a bordo tentasse di buttarsi a mare, o scendere prima del tempo, manderebbe a monte l'intera operazione. Non possiamo permetterci altri spettacoli come quelli di qualche anno fa, a Bari.
-Colonélo, io so patti di Albània con governo Italiano: 500 albanesi scéndeno da nave solo dopo che noiu carica 5000 tonnellate di merce. Prima carica merce, dopo scéndeno albanesi.
Sì udì il clacson di un camion in avvicinamento. Erseke fece un cenno ai quattro teddyboys, ciascuno dei quali cavò dalle proprie tasche un paio di guanti da lavoro. Fenzi diede un'occhiata all'orologio e disse ad Erseke:
-Avanti, è l'ultimo carico.
-Pulite tutto per bene, mi raccomando- pregò l'assessore all'indirizzo dei quattro, -non ci deve rimanere niente.
Il colonnello Papes estrasse una ricetrasmittente e scrutò il cielo. Parlò in codice, in attesa di una risposta. La risposta arrivò da un elicottero che, d'improvviso e non annunciato, sorvolò la discarica. Dopo un breve dialogo il colonnello chiuse la comunicazione. L'elicottero virò di nuovo per allontanarsi e sparire.
Intanto il camion, che montava un grosso container, era arrivato. Con rapide manovre l'autista, accompagnato da uno stereo acceso che emanava Nino D'Angelo, posizionò il retto del container il più vicino possibile alla discarica. Infilati i guanti, i quattro teddyboys albanesi aprirono il portellone e, ben sincronizzati, cominciarono a caricare i rifiuti nel camion. Il frigo di Tonino fu tra i primi, preceduto soltanto da un bidè squarciato e dal cadavere di una lavatrice Candy del '67.
-Bravi anche come netturbini, gli uomini della sua scorta- commentò Fenzi all'indirizzo di Erseke.
-Bravi patrioti. Loro non hanna volontà di scappa da Albània per
venire in Italia. Caricare merce non è loro lavoro. Per premio quando scaricheranno in Albània, loro primi sciegliere qualcosa.
-Ma che ve ne fate di lavatrici scassate, materassi sfondati...?- chiese l'assessore.
Erseke si fece serio e rispose:
- In Aibània rifiuti italiani è come porco: non si butta via niente.
Il carico venne completato in meno di mezz'ora: la collina era rasa al suolo. Tra l'erba schiacciata rimase solo un biro scarica, finita lì chissà come.
Fracchiolla, Papes e Fenzi rimontarono sull'autoblù. Erseke e i quattro beat raggiunsero una Peugeot 504 diesel del '76 parcheggiata nei pressi. Tutti insieme si accodarono come scorta al camion del fan di Nino D'Angelo, che partì diretto al porto di Manfredonia. Molti altri camion lo avevano preceduto col loro maleodorante bottino.
Attraccata a un molo di quel porto, una nave da carico teneva in ostaggio 494 profughi albanesi, e li avrebbe rilasciati solo in cambio di 5.000 tonnellate di monnezza tricolore.
Assunta, Tonino e la prole, intanto, scorazzavano sulla spiaggia libera, nota nella zona come Lido monnezza. I figli erano abituati a non portarsi alcun gioco da casa, tanto trovavano tutto lì: copertoni d'auto con cui fare i salvagente, bottiglie di candeggina, coppe del nonno, fustini ed altro, che tra le loro mani diventavano formine per la sabbia, paletta, secchiello, eccetera. Quella mattina però ebbero tutti e cinque un attimo di sbandamento quando, all'arrivo, notarono che la spiaggia era pulita. Il primo pensiero di Tonino era che l'avevano data in concessione, ma dopo un'occhiata panoramica il dubbio rientrò, perché non c'erano né chioschi né spogliatoi, niente. Altre famiglie giunsero in spiaggia, e rimasero sorprese da quello spettacolo di lindore. Ma dopo un po' tutti si fecero coraggio e diedero inizio al liberi rituali di sporcamento. A mezzogiorno il Lido monnezza era tornato come ai bei tempi, lurido e indecente.
Sempre a mezzogiorno arrivò anche la seconda sorpresa per Tonino. Era ora di pranzo, e andò ad aprire il cofano del portabagagli dell'Alfasud, dove giacevano le cibarie: due tegami di maccheroni al forno, e mezzo agnello da fare in spiaggia alla brace. A tale scopo i tre figli, col sudtirolese in testa, avevano già acceso un falò. A cofano aperto, Tonino vide le cibarie... e il lavandino scassato. Si ricordò: oltre che del frigorifero, avrebbe dovuto buttare in discarica anche quel lavandino, ma se ne era dimenticato. Tonino sbuffò, e dopo una breve riflessione decise di rimediare al ritorno. Quindi arraffò le cibarie e richiuse il cofano.
Tutti mangiarono e sporcarono, e digerirono ustionandosi al sole del primo pomeriggio, imprecarono e fecero schiamazzi, gavettoni e beffe. Ci fu pure una rissa tra due famiglie numerose, e il resto della spiaggia faceva il tifo. E andarono via lasciandosi dietro una specie di Kosovo.
Tonino, come saluto finale, scaraventò un copertone nel falò ancora ardente. Il copertone prese fuoco ed emanò tanto fumo nero. Ripartirono per il paese coi tre figli che, col naso attaccato al finestrino posteriore, miravano l'alta colonna di fumo, ben visibile anche quando furono a vari chilometri di distanza.
L'arrivo alla discarica segnò la terza sorpresa del giorno: non c'era più niente. Le cinque facce nell'Alfasud assunsero all'unisono un'espressione di profondo turbamento. Nessuno fiatava. Tonino scese con la cautela di un uomo che si sente sulla soglia di una trappola. Aprì il cofano guardandosi continuamente attorno. Afferrò il lavandino e si avviò a scaricarlo, sembrava Indiana Jones nel tempio maledetto. Senza smettere di guardarsi intorno, poggiò con cautela il lavandino per terra, al centro di quell'area dove solo poche ore prima c'era ogni sorta di bendidìò di rifiuti. Tornò sui suoi passi camminando all'indietro, sempre vigile. Ripartì sgommando, mentre Assunta gli porgeva un'emmeèsse, e i tre figli aspettavano una spiegazione che nessuno avrebbe mai dato loro.
Una cornacchia, forse la stessa, si posò sul lavandino, salutandolo così come la prima pietra di una nuova, imminente collina.