BALDO - Giulio Lupi

Baldo era nato come tutti gli altri, aveva avuto un'infanzia come molti altri, un'adolescenza senza lode e senza troppa infamia come tanti altri; aveva persino frequentato la scuola fino alla prima, forse seconda media, come tanti altri. Certo, nulla lasciava intravedere che in quel ragazzotto tozzo e non proprio nobile si celasse un genio, ma, allo stesso modo, nessuno poteva pensare che il futuro di Baldo fosse quello che poi fu. Nemmeno io lo immaginavo neanche quando, essendo lui molto più grande di me, gli chiesi di aiutarmi a coniugare nelle forme del gerundio e del participio una decina di verbi particolarmente ostici avuti come compito dalla mia maestra; risultato: "non ne azzeccammo uno". L'unica cosa che capii quella volta fu che la scuola non era fatta per Baldo. Si vendicò molti anni dopo, conseguendo "alla grande" il diploma di terza media. Ciò gli fu possibile frequentando assiduamente - in un anno non fece neppure un'assenza - un corso serale, anche se per la verità più che ad un corso di studi quello poteva somigliare molto ad una scuola di teatro comico spontaneo. Baldo abitava in una vecchia bicocca, malandata e buia. Le finestre, le poche che c'erano, davano l'impressione di essere state ricavate in un secondo momento, quasi a dimostrare che quell'edificio non era stato concepito per degli esseri umani. Lo stanzone, appena la porta d'ingresso, era adibito a cucina. C'era dunque uno sciacquatoio molto grande, un camino altrettanto grande, una credenza di legno di pioppo verniciato che conteneva tutto il necessario per far da mangiare ed un grande scalone in legno che conduceva al piano superiore dov'era il "reparto notte". Era quì che Baldo possedeva la sua camera da letto, era tutta sua; l'unico inconveniente stava nel fatto che per accedervi doveva prima passare per la stanza da letto dei genitori, poi per quella della sorella, quindi per la stanza del nonno e finalmente poteva arrivare alla meta. Ricordo ancora quella casa e quella stanza per il buio, il disordine, la sporcizia che imperavano sovrane. Molto tempo dopo scoprii pure che tra quei miseri pagliericci, quei pavimenti luridi e sconnessi, quei pochi indumenti rudemente rattoppati, quell'essenziale e francescano mobilio, sguazzavano pulci e cimici grasse e panciute. Fra tutto sarò entrato in quella casa tre o quattro volte, soprattutto da bambino. Nella mia mente è rimasto un ricordo indelebile, come di una casa fuori dal normale, buia e misteriosa, attraente ed ostile. Era ubicata nella parte più marginale ed angusta del villaggio, le due cose liete che ricordo sono: un pergolato di vite che produceva un'uva così nera da dare un vino che era l'essenza del colore rosso - e non a caso veniva utilizzato per dare corpo e colore ad altro vino - un immenso forno che veniva utilizzato per fare enormi infornate di pane, e, nel periodo pasquale per cuocere ciambelle, pizze e dolci tipici. Ricordo pure il clima di festa, confusione, agitazione che si sviluppava intorno al forno.
Le discussioni tra donne che sostenevano pareri diversi sui tempi di cottura, sull'opportunità di dare precedenza ad un preparato rispetto ad un altro, sul fatto che le verifiche andavano fatte con la minima frequenza per non disperdere quel prezioso calore accumulato con tanta fatica. Si, ricordo con nostalgia e gioia quei ritagli d'infanzia. In queste occasioni Baldo stava sempre in agguato. Girovagava silenzioso tra le ceste, diventava quasi invisibile per cogliere il momento propizio e rubacchiare qualche ciambella o qualche maritozzo. A dire la verità Baldo è stato un "ragazzo di vita" e l'arte dell'arrangiarsi e del rubacchiare l'ha imparata appena dopo aver imparato a camminare. Fin dall'infanzia, comunque, Baldo aveva dimostrato notevole propensione alle attività pratiche; possedeva estro e fantasia, creatività e notevole capacità di valorizzare le cose e gli oggetti apparentemente inutili.
Costruiva carretti, animali giocattolo, inventava strumenti musicali, aggiustava biciclette, le trasformava. Ma la grande passione di Baldo era la caccia. La sua era una caccia, ovviamente, senza fucile. Metteva trappole sotto le piante di girasole e saggina, architettava laboriosi rami e li spalmava di una colla naturale così appiccicosa che tutti gli uccelletti che vi si posavano non potevano più ripartire, progettava complessi itinerari e li cospargeva di "lacci" fatti con i lunghi e resistenti peli di coda di vacca alfine di intrappolare tordi e cinciallegre. Nonostante questo, io, non ho mai considerato Baldo un bracconiere perché il suo era un primordiale istinto alla caccia e poi perché egli era un profondo conoscitore delle segrete cose della natura che rispettava profondamente. Anzi, nel mio intimo ho sempre un po' invidiato Baldo per questa sua capacità di leggere le cose mute ed il mondo degli animali. Egli si poneva alla pari di fronte alla natura e si affidava istintivamente alle sue leggi. Baldo, nonostante la sua più che misera condizione sociale ma grazie al suo estro ed alla capacità di recuperare ed assemblare fu tra i primi ad avere una bicicletta tutta sua. La ricordo ancora. Era gialla, perfettamente funzionante, i copertoni delle ruote nuovissimi, non scoprimmo mai dove li avesse presi la catena lucida e lubrificata a puntino, sul lato destro del manubrio c'era pure un campanello dal trillo acuto e pimpante. Baldo quella volta suscitò la gelosia di un'ampia platea, fu motivo di prestigio e vanto per lui quella sua bicicletta gialla. I genitori intanto stavano costruendo una nuova casa grazie ad un finanziamento collegato alla prima legge sulla montagna e lui aveva pure iniziato a lavorare. Lavorava in una fabbrica di casse da morto e ne era lieto perché poteva far sfoggio delle sue abilità. Riuscì pure con le poche lire che guadagnava, ma con il senso del risparmio che gli era proprio, a comprarsi un motorino; fu, questo, dopo la bicicletta gialla, il secondo grande evento della sua vita. Il dramma accadde quando alcuni suoi amici, per scherzo, durante il quarto d'ora della colazione - Baldo era solito, trovandola comoda, far colazione dentro una cassa da morto in lavorazione - lo chiusero, con tanto di coperchio inchiodato, dentro la bara. Per Baldo fu un trauma che forse condizionò tutta la sua vita futura.
Lasciò perdere il lavoro, si rinchiuse in un ermetico silenzio, non uscì più di casa per due anni sette mesi e dodici giorni. Tutto questo periodo lo trascorse fissando quadri, manifesti, santi ed immaginette sacre che teneva in camera sua. Fissava per ore - Baldo era juventino - la foto ricavata da "famiglia cristiana" di Omar Sivori, quindi puntava lo sguardo su un santino di padre Pio per poi soffermarsi sulla sfera del santuario della Madonna dell'Ambro che simulava la caduta della neve, - questo lo commuoveva - quindi indirizzava la vista e la mente sulla foto di Coppi e Bartali che si passano la borraccia.
Sicuramente quella foto prolungò il suo isolamento di almeno cinque mesi perché nonostante tutti gli sforzi e le energie profuse neanche lui riuscì a capire chi fosse, dei due, colui che dava o riceveva la borraccia. Fu un periodo molto duro per Baldo. La sua stanza era anche ben attrezzata di materiale eroticamente spinto - a dire il vero lui aveva sempre avuto questo debole - perciò cadeva spesso in tentazione. Poteva caderci anche tredici volte nell'arco delle ventiquattrore e fu anche per questo motivo che piombò in un preoccupante deperimento organico. Solo gli zabaioni di uova sbattute, zucchero e vino cotto che gli preparava la madre riuscirono a risollevarlo da quella condizione ormai disperata. Pian piano Baldo uscì nuovamente da casa, ricominciò a respirare aria pulita, a cimentarsi in piccole attività; riconquistò, col tempo, forza e fiducia in se stesso, il sereno sembrava essere finalmente tornato. A testimonianza che le cose stavano volgendo al meglio fu, di lì a poco, chiamato dal Comune per svolgere la mansione di netturbino a tempo determinato. Fu un grande momento per Baldo. Egli poteva, a pieno titolo e nel ruolo istituzionale di netturbino, frequentare da protagonista le vie e le piazze del suo paese. Nel suo intimo era incline al protagonismo per cui quando la gente passava, lo riconosceva e lo guardava, lui si sentiva così importante da non poter nascondere un ghigno di soddisfazione. Fu, quello, il periodo in cui Baldo acquistò la sua prima automobile: "una fiat cinquecento bianca usata". Per Baldo fu il terzo grande evento. Ma qualcosa si stava già incrinando nella vita di Baldo; incominciò un tormentato conflitto tra lui, il mondo degli uomini ed il mondo delle macchine. Anche la sua cinquecento ad un certo punto gli sembrò un attrezzo ostile. Cercò di "umanizzarla" dipingendo i cerchi delle ruote di giallo, fiorellini e paesaggi naif sulle portiere, tazebao ad effetto sul cofano. La cosa diventò sostenibile per un altro po' di tempo, riusciva pure ad uscirci la Domenica e farci qualche piccolo viaggio - sei, dieci chilometri al massimo - poi cedette. Ripose definitivamente, e per sempre, "quell'attrezzo" per lui simbolo della distruzione del mondo nella capanna antistante la casa, la coprì con una vecchia coperta quindi non ebbe nemmeno più il coraggio di osservarla. Giace ancora là la cinquecento bianca, con i suoi cerchi gialli, fiorellini e tazebao, immobile, con le ruote sgonfie, sotto la vecchia coperta, ormai completamente nascosta dallo sterco dei piccioni.
Baldo era però giunto ad un punto in cui sentiva ostile, oltre al mondo delle macchine e delle diaboliche nuove tecnologie, anche il mondo degli uomini. Le sue uscite furono sempre meno frequenti. Negli ultimi tempi lo si poteva incontrare la Domenica in compagnia di un altro uomo semplice in qualche piccolo paese, lì, alle falde dei Monti Sibillini; poi non accadde più neanche questo. Per quei due uomini così semplici e primordiali evidentemente la nostra cosiddetta "società civile" doveva sembrare pura follia. Baldo si dedicò completamente al mondo degli animali, alla caccia senza fucile, alla coltivazione della terra - senza troppo zelo perché ciò costituiva fatica - e, dopo la morte della madre, a fare le faccende di casa e preparare da mangiare. Era pure un'ottima "forchetta" Baldo. Si dice che abbia fatto frittate da undici uova ognuna, oppure che sia stato capace di mangiare, da solo, una graticolata di ventinove salsicce di carne di maiale. La sua abitazione era ormai divenuta rifugio per se, il padre, venticinque cani bastardi, sedici gatti, ottantaquattro piccioni, quarantadue papere, sessantotto galline, cinquantasei conigli, più altri animali di media e grande taglia. Tra Baldo ed i "suoi" animali si era stabilita una tale simbiosi da poter ormai essere considerata un'unica esistenza. Le sue uscite erano divenute sempre più rade e brevi. Lo si poteva incontrare di tanto in tanto, pur non essendo cattolico praticante, la Domenica in chiesa ma il suo avvento era più curiosità che altro. Oppure lo si incontrava, un po' più di frequente, nel vicino generi alimentari quando veniva a far provviste, con quel suo sempre più incomprensibile modo di parlare e sulla scia di miasmi sempre più sgradevoli ed ammorbanti. L'unica grande festa per lui rimasta era il carnevale de li "paniccià". Lì, per una volta l'anno, si sentiva nuovamente protagonista e ritrovava la sua dimensione. Negli ultimi anni si preparava con premura e largo anticipo per questa festa che prevedeva, tra l'altro, anche una sfilata di carri e gruppi allegorici. Forte della sua abilità creativa realizzava oggetti e strumenti per far chiasso e baccano in grande quantità. Il giorno della sfilata metteva tutto a disposizione del suo gruppo però lui non si "vestiva", si sentiva perfettamente a suo agio così com'era ogni giorno. Altre cerimonie, in cui lo si poteva incontrare erano i matrimoni. Lui si presentava sempre con la sua fisarmonica e chincaglieria varia per far musica e festa. Il problema stava nel fatto che puntualmente si fermava all'accordo iniziale di preparazione dello strumento e non riusciva ad andare oltre. Baldo era Baldo. Passò altro tempo, morì anche il vecchio padre, egli divenne sempre più trasandato, i suoi miasmi, ormai, ammorbavano un'area considerevole, la fusione con i suoi animali stava per raggiungere la fase finale. Sono passati quarantadue anni nessuno ha più visto Baldo, nessuno ha più sentito il suo olezzo; chi l’ha conosciuto ricorda a malapena il suo viso, per i più giovani è mito e leggenda.
La sua casa, costruita in un piccolo villaggio nel territorio dei Monti Sibillini c'è ancora, gli animali ci sono ancora. Nessuno osa però avvicinarsi. Ventiquattro grossi cani fanno la guardia giorno e notte, poi Baldo non avrebbe voluto e non è giusto profanare il suo volere. Qualcuno asserisce che, di tanto in tanto, da quella casa si ode una musica di fisarmonica perfettamente accordata. Si vede pure una bellissima donna che danza e si muove dolcemente al suono di quelle note mentre tutti gli animali riposano in religioso silenzio; questo succede ogni tanto, per tutta la notte, per scomparire poi nel nulla al levar del sole.