GITA ALTROVE - Primo Pantoli

L'amico che mi stava accompagnando, facendomi da guida, alla periferia di Roma, mi aveva promesso un luogo insolito, fuori dai percorsi consueti.
Superati gli ultimi agglomerati urbani, svoltato l'angolo di un palazzo, eravamo improvvisamente sbucati in aperta campagna. Era una vasta pianura verde, nel fondo appena mossa da un susseguirsi di colline ondulate; alcuni boschetti qua e là, scuri nel controluce che precede il tramonto, qualche sperone di roccia, che svettava fra le coltivazioni ben allineate, un lungo filare di cipressi forse ai bordi di una strada, qualche rudere antico. Ma di questo non sono sicuro; forse è solo uno scherzo della memoria, condizionata da tante immagini di vecchie stampe romantiche, viste chissà dove.
Intorno non c'era anima viva. Ci fermammo in uno spiazzo di terra bianca e calpestata, uno di quegli spiazzi che nelle campagne talvolta si formano naturalmente, a forza di venir usati come parcheggio. Di macchine però neppure l'ombra. Vi lasciammo l'auto e ci avviammo a piedi, per una stradetta polverosa che sembrava non portare in nessun posto e perdersi nell'infinito dei campi.
Poco dopo ci trovammo accanto ad un'alta muraglia che costeggiava la strada, per un po' diritta, poi la si vedeva ondeggiare, andando su e giù nell'inseguire le ultime colline all'orizzonte. La muraglia ci sovrastava di una decina di metri, costruita in sottili blocchi di marmo bianco che, al sole già obliquo, diventavano di un rosa traslucido, con una doppia fila di arcate cieche e pilastri appena sottolineati da marmi più scuri. Era come priva di spessore: un diaframma immateriale e opalescente che tuttavia ci precludeva una vasta porzione di campagna alla nostra destra.
Vi camminammo lungamente a fianco, l'amico qualche metro più avanti, io dietro. Procedevamo lentamente e volli approfittarne per osservare meglio il mio accompagnatore, che, ora me ne rendevo conto, dovevo conoscere ben poco, se ancora mi preoccupavo di verificarne l'aspetto, magari per conservare della sua fisionomia una memoria più esatta.
Accelerai il passo e lui, come avvertito, si volse. Il suo viso però, col sole che mi batteva sugli occhi, mi apparve offuscato, privo di lineamenti visibili, anzi era tutt'uno con la luce dorata e polverosa di quella tranquilla serata di primo autunno. Quando gli fui accanto mi prese per il braccio e decisamente mi guidò verso una direzione precisa, svoltando dritto verso la muraglia. Mi lasciai guidare, malgrado che, dal punto in cui eravamo, non riuscissi a vedere né un ingresso, né una qualunque interruzione della parete.
Per oltrepassarla, dovemmo chinare la testa, come per attraversare una breccia casuale, o forse, semplicemente, passammo sotto un arco più basso degli altri. Si trattava tuttavia di un'entrata anomala e clandestina e, in quella situazione, mi sembrò un fatto disdicevole, come se entrassimo abusivamente in un luogo a noi interdetto, profanando, in quella parete, qualcosa che incuteva assieme ammirazione e timore.
Scavalcando, non senza difficoltà, un mucchio di macerie di marmi e calcinacci, penetrammo all'interno. Oltre il piedritto dell'arco, uno spazio immenso si spalancava sotto di noi. Archi giganteschi si rincorrevano in successioni continue di cui non si intravedeva la fine, fuggenti verso un fondo confuso e immateriale. In alto, grandi masse di vapore, sotto forma di nuvole dorate e rossastre, aprivano un cielo tumultuoso dai colori del tramonto, e si accavallavano sotto le volte altissime e inconsistenti dell'edificio. Sottili pilastri sembravano penetrare nel cielo. Gli archi, senza peso, disegnavano solo un capriccio grafico su un fondo illimitato.
Vicino ai nostri piedi, lunghe scale di marmo scendevano a precipizio dentro la voragine. Giù in fondo, una sala grandiosa, con una distesa infinita di tavoli perfettamente allineati. Fra i tavoli, un brulicare di uomini in camice bianco che si muovevano lenti fra carrelli e casse metalliche di varie misure.
Tutti erano immersi in un'attività intensa e senza soste, e tutto veniva svolto con movimenti lenti e pacati, secondo un ordine preciso e apparentemente immutabile.
Non un rumore. Voci nessuna. Alcuni di quegli uomini operavano leggermente chini sui tavoli, altri spingevano lentamente la lunga fila di carrelli, che, a guardar meglio, erano pieni di minuscoli oggetti di vetro colorato, boccette e scatoline di varia foggia.
Sconvolto, mi bloccai. Sgomento e curiosità mi inducevano a proseguire, ad avvicinarmi. Forse fui spinto da un'impercettibile pressione che la mia guida mi esercitò sulla schiena, con dita leggere; appena un soffio, ma sufficiente a farmi avanzare. Ma non scesi i gradini: fu piuttosto una zoomata, dall'alto verso il basso, che ora mi faceva vedere tutto da vicino e infine comprendere quella scena meravigliosa e angosciante.
Su ogni tavolo era disteso un corpo inerte e pallido. Alcuni erano nudi, altri in parte coperti da un lenzuolo bianco dalle volute ampie e come scolpite nel marmo. Su di loro lavoravano i silenziosi operai in camice bianco. Questi erano più alti del normale e tutti nella piena giovinezza, il volto austero, la corporatura robusta, i loro gesti dolcemente meccanici. Dai carrelli che scorrevano ininterrottamente fra le file dei tavoli, sospinti da altri personaggi più dimessi, apparentemente inservienti, venivano prelevate boccette e vasetti, lozioni, creme, profumi probabilmente, con cui quei corpi distesi venivano appena sfiorati, con gesti che ora sembravano officiare un rito, ora sembravano dovuti ad una fredda, programmata ripetizione di un lavoro quotidiano, ad una meccanica, ma soffice catena di montaggio.
Non appena trattati, i corpi diventavano levigati e traslucidi come la cera, perdevano ogni segno di sofferenza, sui volti si distendevano i lineamenti, sulle membra si sanavano le piaghe, ogni segno di una sgradevole contingenza scompariva e si trasformava in un'austera immobilità senza espressione.
Nella luce soffusa della sala apparivano giganteschi, con l'espressione lontana e misteriosa delle statue antiche. Quindi venivano fatti scivolare su carrelli più bassi, che erano rivestiti di lastre d'acciaio e che venivano sospinti, in lunghe file, verso il fondo.
In alto, in quello spazio infinito che le volte non riuscivano a racchiudere, le nubi, dorate da una luce permanente di crepuscolo, roteavano una sull'altra in grandi cumuli; altre, soffiate da leggere correnti, calavano dabbasso, rotolando giù in soffici cascate di luce, a sfiorare i defunti, indorando l'alabastro di quei corpi, i lucidi piani d'acciaio, le migliaia di boccette sfaccettate come cristalli.
Sotto le arcate di quell'immenso edificio, dunque, come dentro un grandioso dipinto barocco, c'era l'industria della morte. Un'industria serena e benevola, che preparava a morire, nobilitando i corpi, sciogliendo le sofferenze della vita. Era la penultima stazione, prima dell'arrivo, dell'estremo appuntamento, dove le domande e le risposte si predispongono al silenzio.
La bellezza del luogo, la dignità con cui gli infaticabili operai portavano avanti il loro lavoro, la concatenazione perfetta degli atti, il nesso preciso tra funzione ed evento, mi fecero scivolare in uno smarrimento estatico. Ero felice, e, volendo rendere partecipe la mia guida di ciò che provavo, dirgli la mia gratitudine e guardarlo finalmente in volto, mi voltai, avvertendone la costante presenza alle mie spalle. Lui era più lontano di quanto credessi, forse nell'atto di lasciarmi. Gli sorrisi. Lui mi rispose con un sorriso dolce, ma pieno di compassione.
Mi sono risvegliato a fatica da quel sogno che non volevo abbandonare e sono rimasto ancora a lungo fra le coltri, in un piacevole abbandono che non mi capitava da tempo. Della mia guida sconosciuta mi è rimasto quel sorriso senza volto, con quella piega di compatimento, sottilmente straziante. Ho capito più tardi il senso del pensiero che ha colto la mia guida al momento del commiato, il pensiero di quanto dolore ancora mi resti da soffrire, prima di approdare su quel tavolo d'acciaio.
Due giorni dopo è morta mia sorella. La notte del sogno, a mia insaputa, era stata ricoverata in ospedale, già in coma. Non ho voluto vederla in ospedale, lei già lontana, né, a tutt'oggi, me la sono sentita di andare in cimitero a far visita alla sua tomba.
Mi piace immaginarla in quella lunga fila di statue bianche, paziente e serena, come in vita non è mai stata.