UN SOLO UOMO AL COMANDO - Giovanni Baldi

Ci eravamo conosciuti al ginnasio, io e Ludovico, ed eravamo diventati inseparabili. Ero l'unico vero amico che avesse mai avuto, con quella sua famiglia giramondo che non gli faceva mai mettere radici da nessuna parte, due anni in una città, tre in un'altra, traslochi continui.
Facevamo delle lunghissime chiacchierate sui grandi problemi esistenziali, Dio, l'aldilà, la famiglia, le ragazze.
Discutevamo di cinema, di musica, dei libri che leggevamo, Pavese e Vittorini, Hemingway e Lee Masters, Kafka e Sartre. Una vera passione, per Sartre. Lo leggeva in Francese.
Fantasticavamo. Ci proiettavamo nel futuro. Chissà che cosa avremmo fatto, che cosa saremmo diventati, e come sarebbe bello ritrovarci fra dieci anni, fra vent'anni. Ci comunicavamo le idee più bizzarre. Quando eri piccolo non ti è mai venuto in mente di poter avere, unico fra tutti gli uomini, il privilegio dell'immortalità? Eravamo ossessionati dal sesso. Quante vergini del martirologio cristiano lo erano veramente? Credi che Cristo avesse normali istinti sessuali? E i grandi della storia, Alessandro Magno, San Paolo, Dante, Napoleone, beh, si saranno masturbati anche loro...
Con i compagni di scuola andavamo a fare grandi partite al pallone, il sabato pomeriggio, un rito a cui non rinunciavamo mai, con qualunque tempo, anche con la neve.
La domenica la passavamo con i miei amici d'infanzia, studenti, apprendisti, operai, contadini, un paio di ex seminaristi. Uscivamo per lunghi giri in bicicletta, nelle campagne o sulle colline. Partivamo tutti insieme, ma ogni volta, chissà come, senza che nessuno lo proponesse, iniziavamo una specie di gara, con fughe, inseguimenti, ricongiungimenti, volate, e accuse a chi stava troppo a ruota di non voler tirare, e di fare il furbo. Oppure d'estate, prima che lui partisse per le vacanze (era l'unico a farlo) andavamo a nuotare nel fiume, in un luogo completamente isolato. Ci toglievamo anche il costume, e restavamo nudi a sguazzare nell'acqua e a rotolarci nell'erba.
Ma per il resto ce ne stavamo da soli, io e lui, per lo più nella sua villa, non lontano da casa mia. Ci abitava con i genitori e i domestici, governante, cuoca, cameriera, portiere, autista. Studiavamo, facevamo grandi partite a dama, oppure andavamo a caccia di lucertole in giardino.
I suoi li vedeva poco. Il padre era spesso via per lavoro. La madre usciva molto.
Alla vigilia delle vacanze il padre di Ludovico mi aveva invitato a pranzo al ristorante. Sarebbe venuto con Elena, la sua segretaria. Subito dopo sarebbero partiti per un viaggio d'affari.
Ludovico passò a prendermi. Ci avviammo pedalando lentamente verso il centro. Arrivammo prima di loro.
Uscirono da un'Aurelia blu guidata dall'autista, che era sceso in fretta ed era corso ad aprire gli sportelli togliendosi il berretto.
Il maitre ci accolse con grande cortesia e ci accompagnò a un tavolo per quattro. L'autista sedette da solo a un altro tavolo, un po' defilato.
Elena era una donna bionda, alta, slanciata e molto bella, con occhiali da sole rialzati sui capelli. Aveva un vestito estivo senza maniche e addosso uno scialle. Era piena di vezzi e sorrisi. Mi fece parecchie domande.
"Conosci Ludovico da molto tempo, Bruno?"
"Da tre anni. Siamo compagni di banco".
"Studiate insieme?"
"Sì".
"E tuo padre che cosa fa?"
"Ha un laboratorio di falegnameria".
"Papà mi ha detto che siete inseparabili".
"Castore e Polluce", disse l'ingegnere.
Ci mettemmo a ridere.
"E' stato Tersite a darci questo soprannome"
"Tersite?"
"E' così che chiamiamo Bordon, il professore di lettere".
Ludovico sembrava infastidito da tutte quelle domande.
"E adesso che la scuola è finita come passate il tempo?"
"Scendiamo al fiume a fare il bagno. Giochiamo al pallone. Andiamo al cinema. Giriamo in bicicletta".
"E siete per Coppi o per Bartali?"
"Coppi!" Avevamo risposto a una voce. Scoppiammo a ridere.
Ludovico e suo padre erano piuttosto taciturni. Ogni tanto si guardavano e si sorridevano.
Elena continuò a interrogarmi, implacabile, sulla mia famiglia, la scuola, i miei progetti per il futuro. Come sei abbronzato! Vivi molto all'aperto? Sei meno alto di Ludovico, ma Ludovico è molto alto per la sua età.
I camerieri arrivavano senza far rumore e sparivano in un attimo. Agli altri tavoli non c'era molta gente. Era un ristorante silenzioso.
Mangiammo velocemente.
Quando uscimmo, l'autista era già in piedi accanto alla macchina, che brillava al sole. Si tolse il berretto e andò ad aprire gli sportelli. Ludovico strinse la mano a Elena, e abbracciò il padre.
"Ciao, figliolo. Scrivi".
"Sì, papà".
"Addio, Bruno".
"Buon viaggio, ingegnere. E grazie del pranzo".
L'autista fece un leggero inchino a Ludovico.
"Buon giorno, signorino".
"Buon giorno, Alfredo".
Poi girò intorno alla macchina, si rimise il berretto in testa e salì. Rimanemmo fermi a guardare l'auto che partiva. Dentro, l'ingegnere stava già guardando delle carte che aveva tolto dalla borsa. Elena ci fece un saluto con la mano.
Ci avviammo alle biciclette. Eravamo d'accordo che saremmo andati a casa sua a sentire l'arrivo del Giro d'Italia.
Nel Corso non c'era quasi nessuno. Dopo Porta Castello cominciava il lungo viale che portava fuori città. Davanti a noi scorgemmo Piero e Donato Zanardi, che procedevano affiancati chiacchierando. Gridammo, "Alé", e li superammo in velocità.
"A ruota, a ruota!"
Ci vennero dietro. Facemmo a un paio di chilometri. Eravamo vicini al bivio che immetteva nel rettilineo alberato del Cascinone.
Donato si voltò. "Traguardo al Cascinone?"
"Traguardo al Cascinone! Via!"
Facemmo la curva e ci sollevammo sui pedali. Andai in testa. Piero mi venne subito dietro senza passarmi, per restare coperto. Donato partì a testa bassa, con Ludovico a ruota. A cinquanta metri dal Cascinone Ludovico l'affiancò e lo superò.
Frenammo nell'aia e girammo per tornare indietro. Donato si avvicinò a Ludovico e gli strinse la mano. La vecchia Dirce uscì dalla stalla con un secchio. Ci guardò scuotendo la testa.
Riprendemmo la strada per tornare sul viale principale, ridendo ansimanti.
Piero era arrivato ultimo. Era un po' piccato.
"lo non sono un velocista, ma in salita vi batto tutti. Venite al Colle Vecchio con gli altri, domani? Tu puoi, Ludovico?"
"Domani parto".
"E tu, Bruno?"
"Va bene. Passo da voi alle due".
Gli Zanardi erano bartaliani irriducibili.
"Oggi Ginettaccio si prenderà la rivincita".
"Storie! Si beccherà ancora un bel po' di minuti".
Al bivio ci salutammo. Loro girarono a destra e noi a sinistra.
Il portiere ci aprì il cancello.
"Buon giorno, signorino".
"Buon giorno, Costante".
Entrammo con le biciclette per mano e le appoggiammo al muro.
Sulla porta era comparsa la governante.
"Buon giorno, Ludovico. La signora ha detto che tornerà tardi".
Salimmo in camera di Ludovico. Lui accese subito la radio. Giusto in tempo per l'inizio del collegamento.
"Un uomo solo al comando". Breve pausa. "Il suo nome: Fausto Coppi".
Era andato in fuga a duecento chilometri dall'arrivo. Sul primo colle aveva staccato tutti. Bartali inseguiva.
La voce del radiocronista copriva i gracchianti rumori di fondo. Il suono andava e veniva.
Per un po' rimanemmo seduti immobili, a capo chino, tesi, aspettando di sentire il distacco.
"Oggi straccia tutti".
"E domani Tersite straccia me agli scrutini".
"Non dire così, Bruno. Vedrai che ti promuove".
"No. Me l'ha giurata. E spero che mi dia solo Greco".
"Macché. Ce la farai. Sono sicuro".
Per un po' ascoltammo in silenzio la voce, che raccontava la storia della tappa. Primi chilometri ad andatura tranquilla, in testa i gregari, poi, sul primo colle lo scatto di Coppi. Col passare dei chilometri il distacco era andato aumentando. Tre minuti, quattro, cinque primi e quattordici secondi, sei primi e diciotto secondi, sette e ventidue.
Ludovico taceva.
Non sapevo come affrontare l'argomento.
"Allora è deciso che... andrai in collegio a Losanna?"
"Così pare. I nonni di Milano mi avrebbero preso con loro, ma mia madre si è opposta, e allora hanno deciso di mettermi in collegio".
Bussò alla porta la cameriera.
"Ha bisogno di qualcosa, signorino? Un tè... una bibita?"
"Hai sete, Bruno? Un chinotto?"
Esitavo. Ludovico non mi lasciò tempo di parlare.
"Sì, Teresa, grazie. Due chinotti".
"Avresti preferito vivere a Milano?"
"Per me è lo stesso... tanto... non cambia nulla".
Nuovo controllo. Ai piedi dell'ultima salita Coppi era transitato con nove minuti di vantaggio su Bartali. Gli altri ancora più lontani.
"Mia madre tornerà a Firenze e mio padre resterà qui ancora per un po. Fra qualche mese si trasferirà a Parigi. Avrei dovuto cambiare città in ogni caso".
Arrivano i chinotti. Due bicchieri alti di cristallo su eleganti sottobicchieri, in un vassoio d'argento coperto da un centrino ricamato.
"Durante le vacanze starò un mese con mio padre e per il resto con mia madre".
Versò nei bicchieri. Me ne porse uno e prese l'altro, sollevandolo a brindare.
"Al campionissimo".
"Al campionissimo".
Bevvi avidamente. Non mi ero accorto di quanta sete avessi. Lui ne prese solo un sorso. Come sempre. Mangiava e beveva moderatamente.
Dormiva pochissimo.
All'arrivo, Coppi aveva undici minuti su Bartali.
Gli altri non erano ancora arrivati. Ludovico spense la radio. Mise sul grammofono un disco di jazz. Ascoltava a occhi chiusi.
Presi a sfogliare Oggi. Fotografie dei Savoia in Portogallo, e di Maria José in Svizzera. Omicidio passionale nell'alta società milanese. Il sottosegretario Andreotti inaugura una mostra. Pio XII sulla sedia gestatoria che benedice la folla. Una festa dell'aristocrazia romana.
Si sente il motore di un'automobile, e il fruscio delle ruote sulla ghiaia dei viale. Si ferma davanti alla porta. Sportelli che si aprono e suono di voci. Da una Fiat grigio-argento scende la mamma di Ludovico. Con lei due uomini e una donna, tutti molto eleganti e compiti. Si salutano con baciamano. La donna e i due uomini risalgono. Si richiudono gli sportelli con un rumore secco, e la macchina si avvia all'uscita. Il portiere è fermo in piedi al cancello.
Ludovico era rimasto immobile, sempre con gli occhi chiusi.
Si apre la porta.
"Ciao, Ludovico".
Nessuna risposta. Solo un vago gesto della mano.
"Buon giorno, Bruno".
"Buon giorno, signora".
"Hai offerto qualcosa a Bruno?"
"E' tutto a posto, mamma".
"Papà è partito?"
Cenno affermativo del capo.
"Vi lascio soli".
Uscì, chiudendo piano la porta. Ludovico rimase in silenzio per diversi minuti. Il disco finì.
Aprì gli occhi e sorrise.
"Scrivimi, Bruno".
"Lo farò".
"Voglio sapere di te, dei compagni. Qui, in questa città, sono stato bene".
Sospirò. Andò al grammofono e mise Le Feuilles Mortes.
Adesso Ludovico era allegro. Uno strano contrasto con la voce di Yves Montand, profonda e malinconica, calda e struggente.
...lesjours heureux où nous étions amis...
Avvertivo una specie di groppo in gola.
Mi ero pentito di avere accettato di andare con gli Zanardi, domani. Mi avrebbero tempestato di domande su Ludovico, e sulla sua famiglia. E sugli amici di sua madre, e sulla segretaria dell'ingegnere.
Aveva messo un altro disco. La voce roca di Louis Armstrong attaccò La vie en rose. Ludovico seguiva con le mani il movimento della musica. Diedi un'occhiata all'orologio. A casa mia il nonno aveva già cominciato a tempestare per mangiare. Per lui non era mai troppo presto. Ogni sera una discussione con la nonna e la mamma.
"Io devo andare, Ludovico".
Mi guardò rassegnato.
...la vie en rose...
"Bene, ti accompagno".
Scendemmo le scale. La voce di Armstrong ci arrivava sempre più debole.
Volevo salutare sua madre.
"Mamma, Bruno deve andare".
Arrivò sorridente.
"Addio, Bruno. Chissà che non ci si possa rivedere un giorno".
Fece una carezza a Ludovico, che si ritrasse.
Presi la bicicletta e ci avviammo al cancello.
Ludovico mi porse la mano.
"Scrivimi".
"Anche tu".
Ci guardammo a lungo senza parlare. Non sapevamo che dire, né io, né lui. Mi venne in mente di abbracciarlo. Forse lo voleva anche lui. Il portiere ci stava osservando. Per un attimo restammo immobili.
Inforcai la bici e partii, senza girarmi. Pedalai furiosamente e arrivai a casa in un attimo.
La tavola non era ancora apparecchiata e la radio era accesa a tutto volume, sui commenti del dopo corsa.
C'erano tutti. I miei fratelli, con l'aria molto soddisfatta. Mio padre, che aveva smesso di lavorare per sentire l'arrivo della tappa. E il nonno che era stranamente calmo, e sembrava molto attento. Del ciclismo non gli era mai importato nulla.
La nonna entrò in punta di piedi, senza dire una parola. Sembrava compresa anche lei della solennità del momento.
La mamma era nell'orto.
Dopo mi avrebbero fatto un sacco di domande.
Nei primi tempi ci scrivemmo spesso. Poi sempre più di rado. E a un certo punto non sapevamo che cosa dirci, avevamo preso vie troppo diverse. Dopo il liceo io avevo cominciato a lavorare in banca, e contemporaneamente facevo l'università. Lui lasciò il collegio senza neppure prendere la maturità ed entrò nel cinema come aiuto regista. Era sempre in giro per il mondo. Come aveva fatto per tutta la vita, fin dall'infanzia. Collaborò a qualche film di soggetto mitologico, sulle fatiche di Ercole o qualcosa del genere. Nelle ultime lettere che ci scambiammo mi accennò che sperava di andare a lavorare a Hollywood, come aiuto di Orson Welles. Io gli annunciai che ero diventato funzionario e che avevo abbandonato l'università. E mi ero fidanzato con Clara.
Ci fu un silenzio di un paio d'anni. Quando mi sposai gli mandai la partecipazione. Non mi rispose mai.
Appresi della sua morte da un giornale. Era stato stroncato in un albergo di Los Angeles da un'overdose di eroina. La stampa non si dilungò su questa notizia. Era un personaggio minore, nel mondo del cinema. In quei giorni tutti i giornali, la radio e la televisione erano dominati dalla cronaca della malattia di Coppi, e della sua morte in un ospedale di Tortona.