CRISTALLI - Maria Antonietta Durante

I

Un rombo. Ancora siamo fermi, ma io ho già fatto questo viaggio un sacco di volte. Partenza, volo sopra ogni terra e poi atterraggio in mezzo ad altri prati. Non ho paura di volare, non so com'é. Com'è sul serio. Un conto è immaginare una cosa, anche la più normale da fare. E un conto è viverla. Io l'avevo solo immaginata; fino a quel momento. Così tante volte che mi sembrava che niente si potesse più aggiungere a quella fantasia. Ora si muove davvero; gira, si ferma e poi inizia a correre, a correre ... sembra voglia restare senza più fiato. Mi chiedo se l'aereo si stia alzando, oppure abbia ancora un po' d'aria nei polmoni per correre. Ahh! Mi guardo intorno e tutti sono seduti col viso composto nelle stesse "ordinarie" espressioni di prima. Non che abbia urlato, io, non con la voce, ma sento che devo respirare maggiormente perché questo stupido coso ha deciso di decollare in apnea. E per quanto potrà resistere? Schiacciata nel tentativo di obbligarmi a seguirlo nel suo interminabile non-respiro, devo lottare per rifornire d'aria i miei e i suoi polmoni.
Acqua. Ora mi sento come se stessi galleggiando su un'enorme, calma distesa d'acqua. -Il tempo sembra buono- penso, così dice pure il comandante. Posso godermi il viaggio; e vedere com'è diverso dai tanti già fatti. Stiamo sorvolando Roma. Mi slaccio la cintura di sicurezza per guardare in basso. Per chi non ha mai visto Roma, Roma è il Colosseo. Se guardi meglio vedi anche San Pietro, Piazza di Spagna, tante case, persone, forse anche qualcuno che conosci. Ma ora per me Roma è il Colosseo; siamo troppo veloci per vedere qualcos'altro. Dopo aver visto Parigi- la Torre Eiffel e La Manica-lembo di mare che unisce Francia e Inghilterra: guardare veloci perché altrimenti finisce; si accende la spia luminosa che indica di allacciare la cintura. Si atterra. Ormai sono abituata. Non mi costa fatica combattere la nuova apnea.
Esplodiamo. Io e l'aereo. Di gioia. Di libertà.
- Grazie di tutto.
- Fatto buon viaggio?
- Certo, arrivederci.
Sto scendendo. I prati sono i "miei", l'aria è buonissima. Mi allontano dall'aereo non pensando che lo rivedrò. Com'è strano questo posto, visto così, di dentro, tutto giallo, tutto così piccolo, ci sono troppi odori per riconoscerne qualcuno, eppure sa di casa. Non so descrivere questo “sapore”, è quel qualcosa che sai esiste solo perché tu e tu solo possa dire: sa di casa. E non importa dove sei perché quel “sapore” lì ti entra in testa ovunque, così, senza un motivo, o per
lo meno senza che se ne abbia alcun avvertimento.
Sa di casa questo posto.
Mi piace.
Forse.

II
Il mare salutava i primi turisti con una leggera brezza, dolce soffio che cattura. Meraviglia e smarrimento in quell'aria che concede sogni. E vuole amore.
Mattina. Si vede ancora la luna, nessun riflesso sull'acqua. Un uomo che cammina. Non sull'acqua. Sulla sabbia. Senza scarpe e senza sorriso, perché a un posto così o sorridi o ti odia. Ma l'uomo bianco che camminava sulla sabbia pesante (non la sabbia, l'uomo) non lo sapeva. Se lo guardavi meglio ti accorgevi che era solo un ragazzo quello che camminava. Ma non c'era nessuno a guardarlo. Restava un uomo così.

III
Saliamo in autobus, io sul lato sinistro, come al solito, per guardare fuori dal finestrino e sapere esattamente cosa succede di fuori. Su questo bus avrei dovuto sedermi dall'altra parte, proprio dietro l'autista, ma lì non avrei avuto la sicurezza del "mio" punto d'osservazione. Non si sa quanto impiegheremo ad arrivare. Sono le 2 1:00, ancora il sole non è tramontato. Voglio meravigliarmi di ogni cosa, di ogni soffio di vento, di ogni stella, di ogni parola, di ciò che posso dire io di questi posti. Il viaggio dura un attimo elevato a tutto l'orizzonte che svanisce davanti ai miei occhi senza che io ne abbia consapevolezza. Ad ogni paese che incontriamo, ci alziamo per chiedere se siamo arrivati. No. Tanti No. Alla fine capiamo da soli che queste sono le case giuste. Da quando l'autobus si è fermato al momento in cui mi sono ritrovata a piangere in un letto sistemato in una soffitta, mi ricordo solo un'interminabile successione di yes. Tre per essere esatti. Interminabili appunto.
Sveglia alle 7:30 domani mattina; Good night. Piango perché non vorrei trovarmi qui ora. Tutta la nostalgia di 21 giorni si accumula e ammucchia disordinata in poche ore. E’ normale. Non lo sapevo. Non lo so neppure adesso. Comunque è già mattina. Anche per me. Tutto strano qui. Oggi pomeriggio arriva la mia compagna di stanza. Francese mi dicono. Non ho curiosità di sapere com'è, non ho tempo per pensare. Non a tutto. Amiche per forza ci vedono gli altri; noi ci siamo scelte invece, perché sappiamo esattamente chi siamo. Per il mondo intendo, non cosa pensiamo o cosa facciamo, ma come ci va di apparire. Io di lei l'ho capito subito.

IV
E’ solito tempo questo, che non riesci a capire. Guardi fuori dalla finestra e c'è il sole.
-0K, posso uscire- pensi; il tempo di metterti le scarpe, esci e maledizione: piove. Va bene non fa niente, entri di nuovo dentro casa. Tiri fuori un puzzle. Metti giù, lì, sul tavolo, tutti i pezzi, li dividi, incominci -valli a trovare 'sti due pezzi qui- poi guardi fuori ed ecco: di nuovo il sole. Ancora hai pazienza.
-Va bene, questa volta non mi freghi, le scarpe le ho già ai piedi, lascio tutto qua, così, senza toccare nulla.
Esci fuori, lentamente ma deciso a fregarlo tu questa volta quello. ZAK. Beccato. Tu naturalmente. E così ritorni a casa e ti sei rotto di uscire e ti sei rotto di fare anche il puzzle e una giornata rubata.

V
2^ giorno: ore 15:35. In the park. Il tempo è così strano: troppo vento per giocare a pallavolo e troppo poco vento per sentirne il fastidio. Dovunque guardo c'è verde, erba; vedo il profumo dell'erba sui vestiti e i corpi della gente, ma il vento lo vedo solo su di me, solo sui miei capelli e da nessun'altra parte. Ci sono piante e fiori ovunque, ma non si sente nessun profumo, non c'è aria, mi sembra che non ci sia aria, nessun odore. E’ tutto così irreale... Non ho nessuna emozione in questo momento, non sento nessun odore dentro di me. Tutto irreale per questo.
Sera. Una qualsiasi. Piccolo pub; sedili rossi. Se non prendo niente mi mandano via. Vorrà dire che mi godo questo stato finché dura. Non saprei dire di preciso cosa mi piace di un posto come questo, forse l'idea di esserci, in mezzo agli altri e isolati noi, gli italiani, da tutte queste voci intorno. E’ un'esclusiva la nostra, di poter capire e di non farci capire se vogliamo. Non importa cosa diciamo, è il sentire di essere diversi che ci eccita. Diversi noi, comuni gli altri, speciale tutto ciò che raccontiamo, banale il resto. Tutta una sera la passiamo così, a ridere, ridere e ancora ridere e quando ci alziamo per andarcene questo posto non è più lo stesso. C'è restato un pezzetto d'Italia, un pezzetto di buonumore italiano.
-Sai, ieri sera c'è stato un gruppo di stranieri qui, italiani penso, hanno riso per tutto il tempo, che avevano da ridere poi!-
Così diranno quando noi ormai non saremo più lì a sentirli e sempre si chiederanno cosa avevamo da ridere in quel modo. E se dopo un po' tutti ci avranno scordato, sicuramente quei sedili rossi non dimenticheranno il nostro odore. A noi invece di quel posto non resterà niente; niente quel pub ci ha lasciato! Eppure non si può prendere tanto da qualcuno senza dare niente in cambio.

VI
Ad Elena le giornate non le rubava nessuno, se mai le gettava via lei, quando e come voleva. Ma rubargliele no, non era possibile, non a lei.
Così quella giornata lì, una giornata in cui c'è il solito tempo, che non riesci a capire, proprio nel momento in cui il sole sta per lasciare per la 523esima volta il posto al tempo schifoso, Elena uscì di casa. Per guardare il mare. Seduta sulla spiaggia chissà quante volte, vedeva chissà quante scelte diverse, chissà quanto vuoto. Acqua sempre diversa quella che bagnava i suoi piedi, e suoni sempre nuovi quelli che da quell'acqua fuggivano, strappati dopo giorni di viaggio, quando toccavano la sabbia asciutta e intrappolati lungo il confine tra mare e libertà. Un ragazzo che non sa perché. E un suono, pendolo che passa davanti a loro due, li guarda e ripassa, li ascolta e ancora ripassa. Perché non sa. Non sa che in riva al mare la gente che non parla si innamora. In riva al mare si sentono gli echi di frasi mai pronunciate, frasi che ti martellano la testa fino a farti scappare. Ma non si fugge dal mare, al mare si sorride, o ti odia. Imparare a gridare la nostalgia sotto i fari di una luna nascosta.
Chiamarsi con un nome che non danza con il tuo ritmo e non cammina con il tuo respiro. Non si muove con i tuoi pensieri. Un John non è un Giovanni. Un Alberto non è una mano che, distesa, tocca l'orizzonte per trovare dov'è la sua casa; mano che non parla e vuole sentire parole, che guarda e non vuole essere guardata. Un Alberto come quello era solo lettere, lettere senza quello che spunta fuori ogni tanto, se ci guardi bene dentro, tra le singole linee che formano una lettera, che salta fuori per un istante, magari 2-3 volte in tutta una vita; ma che per pochi istanti è vita.
Non ha nome l'uomo solo sotto i fari di, una luna nascosta, che ama Elena perché tutti i ragazzi amano, e che tocca con lacrime che non si vedono l'orizzonte per sentire un po'più vicino il desiderio, desiderio di restare, amare, invecchiare, ricordare, essere felice ritornare nel suo paese, piangere, morire, sognare; essere felice forse non del tutto ma.

VII
X giorno: E’ un giorno normale questo, vestito di normalità come tutti gli istanti speciali che sto vivendo.
Ho scoperto una cosa importante: D'estate a Londra non c'è nebbia. Mai.
Se hai sempre pensato a Londra come a un mucchio di tetti che spuntano da una soffice distesa, tanto densa da pensare di poterci camminare sopra o, quantomeno, nuotarci dentro; se per te Londra è sempre stata una continua giornata di pioggia profumata di sereno; se era quello, solo quello, capisci come una scoperta del genere è una rivoluzione. Londra pian piano si svela ai miei occhi.
E’ anche strade, anche persone, anche parole; frammenti di frasi che si completano da soli mentre fluttuando restano sospesi per un pò in aria, giusto 2-3 millesimi di secondo per poi precipitare addosso a qualcuno e ridiventare frammenti senza senso.
Sono seduta sul piccolo prato dietro Westminster Abbey. Non ci hanno fatto entrare: troppa gente, e tante frasi spezzate che raccontano di 1000 diverse Abbazie, di 1000 diverse sensazioni. Non ho visto l'interno di Westminster, ma ho visto l'effetto che fa sulle persone, ho visto tante istantanee del suo interno sulle bocche, sulle dita della gente che mi passava davanti. Non aspettiamo per entrare. Non ci piacerebbe.

VIII
Piove. E’ notte e scende acqua. Acqua cortese che bagna le strade di notte, che innaffia i miei pensieri inglesi di notte, il mio letto di notte, i miei sogni di notte, il mio respiro, che non è più lo stesso qui di notte. La mattina senti racconti di fughe lontane miliardi di passi da qui. Di notte si fugge, fughe lontane di chi sa che è una vacanza e non vita, non da inglese, non qui. Di notte acqua cortese bagna i miei pensieri inglesi perché non fughe, non sogni, non vita, cambino il mio respiro, che non è più lo stesso qui, di notte.

IX
Sottile la sabbia in questo posto, sottili i respiri, leggero il farsi del tramonto e leggera l'aria profumata d'acqua. Pesante la sabbia, sottile e pesante, lenti i passi, veloci i respiri, sottili e veloci, leggero il tramonto, pesante lo sguardo che vede il tramonto e che non sa perché è uguale anche qui. Stanca l'aria di addormentarsi ogni sera in un'esplosione di note che dalla spiaggia rispondono -saluti luminosi- alle stelle. Alberto restava tra stelle e note su quella spiaggia; nascosto sotto il nome di un ragazzo, un uomo che aspetta e sogna la fuga e non ride e non ama perché non sa farlo in un altro paese.

X
Baciare con un sorriso un'immagine e poi ritagliarla e lavarla da ogni persona, strada, cielo, casa, in modo che solo il sorriso rimanga e il bacio e il sapore di qualcosa di così dolce da essere baciato e così stupendo da svanire senza un perché. E poi la sensazione di aver sorriso troppo, di non aver saputo scegliere dove poggiare le labbra, perché ora bruciano troppo per qualcosa che ormai non è più.
Seduta di fronte al mare, in un posto che non ritrovo, non nei miei pensieri inglesi che parlano un'altra lingua, che gridano altre parole, che sussurrano freschi ricordi. Troppo caldo per loro qui.
Ennesimo giorno dal ritorno in Italia. Scomparsi i ricordi, scomparsi i pensieri. Scomparsi. Scomparsi anche i giorni trascorsi lontano..
Fredda sabbia biancastra, da qui fin dove arriva il mio sguardo che non sa parlare.
Bambini, che giocano. Persone, che fanno il bagno. Altre persone, che ridono. Mare, non lo fate arrabbiare. lmparo ogni giorno che il tempo finito non può sopravvivere in due occhi che brillano in ogni momento, guardando ogni gesto, smettendo di immaginare di trovarsi in posti diversi da questo. Mi sento bene anche qui, penso sia sentirsi bene sapere che non esiste nessun'altra cosa che vorresti vedere, nessun altro odore che vorresti sentire, nessun'altra emozione che vorresti in te per cambiare il tuo stato. Mi sento bene anche qui, ma il mio corpo non lo sa, perché continua a restare imprigionato nel suo posto, su quell'aereo che corre su un oceano di nubi senza sapere casa ci sia sotto di lui. Non è ancora atterrato il mio corpo e non sta bene in viaggio lui, quando arriva mi alzo e vado a casa.

XI
Spiaggia. Bagnata. Angoscia vestita con in testa cappello al rovescio che cammina cercando di non bagnarsi i piedi. Piedi nell'acqua i miei, fermi, non li sposto, li scavalca e si ferma. Per pochi minuti restiamo fissi entrambi in riva al mare. Nei suoi occhi non c'è il sole, non c'è cielo, non ci sono parole, né grida, né sogni. Nei miei occhi chissà cosa vede. Non sono occhi che osservano questi, non sono fatti per guardare, per respirare meraviglie. La gente passa e non sa che in riva al mare ragazzi come noi che non parlano non si dimenticano. Sparisce lontano sulla sabbia sottile, dentro un'aria che non sa cantare. Mi alzo e tomo a casa.