SCHIUMA - Michele Weiss

La bambina entrò nel bagno in punta di piedi; non voleva fare il minimo rumore per sorprendere l'uomo adulto, maschio, eretto di fronte allo specchio bordato di bianco. Prima di acquattarsi al muro dell'antibagno si guardò di nuovo alle spalle. Nessuno; anzi non esattamente: c'era il gatto nero seduto al solito posto sulla vecchia poltrona ricoperta dal lenzuolo anti-pelo.
Sonnecchiava, con una zampa posta sotto il muso, l'occhio buono aperto, inquadrante la bambina. D'altronde tante volte lei lo aveva sorpreso durante un pisolo, prendendolo di forza in braccio, facendolo saltare in aria e poi scagliandolo come un cuscino sul divano del soggiorno, ricoperto anch'esso dallo stesso tipo di lenzuolo, oppure sulla pellicciona di pecora, un po' assottigliatasi negli anni.
Non si può dire che il gatto fosse molto tranquillo quando la bambina era nei paraggi, affatto. Ma neppure che il gatto non amasse o almeno non avesse talvolta bisogno di lei. Solo che qualche volta la bambina non si teneva e amava sorprendere il vecchio gatto guercio di un occhio con quella manifestazione d'affetto faticosa, che lo vedeva alla fine sgattaiolare via con un principio di gobba, il pelo mezzo irto e quell'aria inequivocabilmente penosa.
La bambina si voltò e cominciò a dire qualcosa al gatto, sottovoce ma in forma appena udibile: le sue parole si mischiavano al rumore dell'erogatore della schiuma da barba che l'uomo in bagno stava pigiando per la quarta volta. La bambina immaginò che le parole giungessero al gatto come bollicine di schiuma, leggere e silenziose, ugualmente unte. Il gatto chinò la testa e chiuse l'occhio vigile; non aveva esattamente l'aria di uno intenzionato a muoversi (benché anche lui amasse entrare in bagno, soprattutto quando uno dei padroni sedeva sulla tazza). Fu la bambina a muoversi, a quattro zampe: avanzò e sporse fuori la testa dall'antibagno; vide l'uomo da dietro, nudo, col sedere peloso e tutto il resto. Passava il rasoio regolare sul suo viso, sembrava non pensasse a niente di particolare. La bambina cominciò a gorgogliare nella gola, cercando d'imitare il ron ron dei gatti. Prima piano, quasi afono, poi medio, infine forte; ancora un po, di più e sarebbe stato un urlo. L'uomo non diede segno. Allora la bambina sporse fuori anche il torsetto pigiamato, rovesciandosi sul fianco, mantenendo il gorgoglio, in realtà ormai uno sputacchio di bolle sulle labbra. L'uomo prese a sciacquarsi; si sbatteva con forza il liquido sulla faccia, poi se l'asciugò con ancora più violenza, cercando contemporaneamente qualcosa sul mobiletto. La bambina giaceva adesso sdraiata in quello che per lei era stare in silenzio, sempre mezza sporta, con l'aria della morta; le sue palpebre tremavano appena, mentre il pettuccio gli si alzava e abbassava dominato dall'eccitazione.
-Ti ricordi di quello che mi hai promesso ieri sera?-
L'uomo lo disse schiaffeggiandosi il volto con una mano imbevuta di un liquido azzurrino; ripetè la domanda.
-Ehi signor morto, se lo ricorda o no quello che mi ha promesso ieri, quando era ancora vivo?-
La bambina non rispose, impegnata a fare le facce, in particolare quella del pallone, alzando a dismisura le arcate sopracigliari, gonfiando enormemente le guanciotte sino a deformarle orrendamente.
-Beh, glielo ricordo io signorina Pancho Villa: lei mi ha tanto gentilmente promesso di chiedere scusa alla signorina Lara, e inoltre mi ha promesso che non avrebbe più fatto il verso alla signora maestra-
Detto questo, l'uomo usci dal bagno infilandosi l'accappatoio rosso e bianco della coca cola; scavalcò la bambina con un salto mattutino, in cui rischiò di perdere una pantofola e scivolare in una pericolosa spaccata. Uscendo si chiuse la porta alle spalle. La bambina, appena sola, si eresse sul busto e se ne stette con le mani in grembo per un po', instupidita come un pupazzo abbandonato sul palco, con l'aria di una che non vuole assolutamente lavarsi e vestirsi per andare a scuola. Poi venne l'illuminazione: si tirò su in piedi e con un balzo fu davanti allo specchio. Era così piccola che una parte di faccia gli veniva segata via, come se in un sogno notturno qualcosa o qualcuno gliene avesse staccato un pezzo in geometrica proporzione. Prese la schiuma dal mobiletto e erogò a lungo, fino a riempirsi a dismisura le mani di gel bianchiccio, provvisto di un chimico odore di mentuccia che non le piaceva più di tanto. Se la spalmò sulla parte superiore della faccia, a casaccio e in preda a uno strano furore; quando ebbe terminato prese il flacone di liquido azzurro, si versò una maxi dose sulle mani (ancora piene di schiuma), e se le schiaffò sulla fronte, la parte alta delle guance, dietro le orecchie; lo fece con tale foga che si sentì una specie di schiocco nell'aria. Dopodiché si guardò lungamente allo specchio: gli occhi cominciavano a bruciarle e anche la pelle del naso, le narici stesse, invase dalla schiuma. Soffiò forte dal naso finché qualche piccola nuvola bianca si staccò da pupazzetto di neve ch'era diventato, per cadere ondeggiante sul pavimento.
La seguì, con in mano il rasoio dell'uomo. Fece il gesto di passarselo ovunque, sul volto, sulla fronte, intorno agli occhi, improvvisando un inventato quanto stupido jingle pubblicitario, a bocca chiusa. Girando gli occhi nello specchio, vide riflessa nell'angolo destro la sagoma del gatto, seminascosto nell'antibagno, che la guardava seduto e con l'aria da gatto. La bambina gli fece un paio di finte, come se stessero giocando alle belle statuine, ma il gatto non smosse un pelo. Allora scattò sul serio, anticipata dal balzo del gatto che si rifugió dietro la poltrona preferita; anche la bambina era finita fuori, nel corridoio. Due sole soluzioni a portata di mano: o rientrare, lavarsi e tutto quanto, o correre in cucina dall'uomo, magari urlando col suo rasoio in mano.
Più tardi, imbronciatissima davanti alla tazza di latte freddo (per risparmiare quei due vitali minuti) al cioccolato, la bambina, vestita e tutto quanto, alzò la testa verso l'uomo che la stava guardando da qualche minuto, e dimostrando già la precoce esistenza di due piccole rughe sulla fronte, gli disse:
-papà, non voglio chiedere scusa alla Lara, non è giusto...-
Lo disse con il massimo dell'adultità da lei reperibile al momento, peccato che una mano avesse urtato bruscamente la tazza, rovesciando almeno metà del suo contenuto.