MARCO MARINELLI

Giorno Trentasette

Belgrado ore 11:30

Olga e Jagoda erano sedute al tavolo in noce del corridoio; questo funzionava solitamente anche come sala da parnzo. Quattro candele accese illuminavano i loro volti. Silenziose, le due sorelle si tenevano per mano.
Fuori, nella notte, le bombe cadevano dal cielo.
Olga spense nel posacenere la sigaretta fumata fino al filtro, poi, con le mani tremanti,
ne prese un’altra da uno dei pacchetti che si trovavano sul tavolo. Si avvicinò ad una delle candele e accese la sigaretta tirando una lunga boccata.
“Ora hai fatto fuori un altro marinaio”* disse Jagoda (*E’ detto comune che ogniqualvolta viene accesa una sigaretta con una candela muore un marinaio).
“Dio mio, cosa vuoi che me ne importi!” rispose l’altra con un sorriso amaro sulle labbra.
Quella sera Jagoda era venuta a passare la nottata dalla sorella, così come aveva fatto dall’inizio dei bombardamenti. Il corridoio, a parte il bagno, era l’unica stanza senza finestre e per paura che uno scoppio potesse mandarne i vetri in frantumi era lì che avevano passato le ultime trentasette notti.
Una detonazione fece tremare le pareti dell’appartamento.
“Dio santo! cosa avranno colpito?” fece Jagoda.
“Politika?” chiese l’altra subito allarmata.
Pochi giorni prima la talevisione era stata bersagliata dal fuoco nemico: c’erano stati dei morti e adesso erano in molti a temere per il destino della sede di uno dei più importanti quotidiani del paese che si trovava a meno di un centinaio di metri dall’abitazione.
Le due sorelle si guardarono per un attimo.
“no, non era poi così vicino”.
“Speriamo che non sia un altro caso di bombe troppo intelligenti!” replicò Jagoda; “senti che manicomio! Oh Dio!”.
Dall’esterno giungeva acuto il suono delle sirene. Per un attimo si sovrappose al rumore della contraerea per poi confondersi con altre esplosioni questa volta più lontane.
Jagoda teneva le mani infilate tra i capelli, pensava che probabilmente, se ne fosse uscita viva, ne sarebbe uscita anche pazza. I bombardamenti sulla capitale e sul resto del paese erano già costati molti morti feriti ed una cifra fantasmagorica in danni alle infrastrutture. Era stato calcolato che per tornare alla situazione economica precedente non sarebbe bastata una generazione.
Olga si alzò di scatto; “dobbiamo trovare delle batterie per la radio” disse.
“Le abbiamo già cercate” rispose Jagoda che la guardava dal basso verso l’alto ancora mezza assorta nei suoi pensieri. “Bisogna aspettare domani mattina e forse troveremo qualche negozio...” disse poi quasi parlasse più con se stessa che con la sorella.
“Se almeno tornasse la corrente, anche solo per dieci minuti” la interruppe Olga.
In quel momento una porta all’estremità del corridoio si aprì e una donna anziana in camicia da notte e vestaglia grigia lo percorse a piccoli passi lenti. Aveva lo sguardo assonnato, gli occhi semiaperti. Attraversò il corridoio fissando dritto davanti a se, uscendo poi dalla porta della cucina. Dopo qualche minuto si sentì lo sciacquone e la donna fece di nuovo la sua comparsa in corridoio.
Le candele illuminavano la carta da parati rappresentante un motivo floreale formando su questa, per via dello spostamento d’aria, delle ombre danzanti.
Un’esplosione fece di n uovo tremare le mura dell’appartamento.
“Mamma!” scattò in piedi Jagoda per paura che questa potesse perdere l’equilibrio.
“Maledetto Clinton, che Dio ti fulmini!” urlò la donna anziana a denti stretti agitando il pugno verso l’alto. Poi riprese la sua andatura a passi piccoli e lenti e sparì chiudendosi dietro le spalle la porta da cui era venuta.
Le due sorelle si guardarono negli occhi per un momento e scoppiarono a ridere.
“Ma come fa a dormire?” chiese Jagoda ancora col sorriso sulle labbra; “e poi è calma; io non ci riuscirei neanche se fossi sorda, cosa che per altro lei non è”.
“Davvero non ti viene in mente?” chiese Olga con aria sorpresa. Poi, visto che la sorella non diceva niente proseguì: “E’ sopravvissuta ai bombardamenti dei nazisti e degli alleati, questi di oggi per quanto orribili devono sembrarle poca cosa”.
Jagoda chiuse gli occhi e cercò d’immaginare quello che doveva essere stato quel periodo ma come unico risultato riuscì solamente a richiamare dalla sua memoria alcune immagini del film Underground.
Qualcosa la distolse improvvisamente da questi pensieri. “Hai sentito?” disse stringendo il braccio alla sorella.
“Che cosa?” rispose questa.
Si udirono dei tonfi contro la porta d’ingresso dell’appartamento.
Olga si alzò in piedi e andò a guardare dallo spioncino, poi aprì la porta e una candela fece capolino seguita dalla testa di una donna.
“Ljuba! come mai qui?” chiese Olga.
“Sei già vestita, perfetto!” poi intravista Jagoda; “c’è anche tua sorella, bene, saremo di più” disse agitando la mano nella sua direzione.
Jagoda accennò con la testa in risposta al saluto e si alzò per andare vicino alla porta in modo da sentire meglio quello che stavano dicendo.
“Ma di che stai parlando si può sapere?” continuò a domandare Olga quasi spazientita dal modo di fare della donna.
“Stiamo andando a fermare i bombardamenti!”
“Che cosa?!” esclamò Jagoda sbalordita.
“Ha bevuto troppa Rakja” fece Olga girandosi verso la sorella.
“Ne ho bevuta molta! Più di una bottiglia, forse due; assieme a Zlatko e Cavo, ma non ci ha fatto nessun effetto!” disse con aria risaputa.
“Ma sei matta? hai fatto bere i bambini!” urlarono le due sorelle all’unisono, si guardarono per un attimo come se si interrogassero sul da farsi, poi Olga continuò; “Cos’è questa storia di fermare i bombardamenti? Forse è meglio che entri e ti siedi un attimo che ne parliamo”.
“No, non c’è tempo dobbiamo andare, siamo tutti stufi di questa situazione...”
“Ma non devi calmarti, i bombardamenti danno fastidio a tutti ma bisogna cercare di non perdere il controllo, se no è finita” le disse Jagoda.
“Io vengo con te, sono pronta.”
Le tre donne guardarono verso l’altra estremità del corridoio.
“Mamma!” fecero le due sorelle nuovamente all’unisono.
“Signora Markovic, ha sentito tutto, è dei nostri allora”. Disse Ljuba col sorriso sulle labbra.
“Certamente” asserì caparbia la donna anziana avanzando verso l’ingresso dell’abitazione e afferrato un cappotto verde da un attaccapanni lì vicino se lo infilò sopra le vestaglia grigia un pò goffamente e si fece strada attraverso le due figlie liberandosi con una strattone dalla mano di Olga che cercava di trattenerla. Si voltò velocemente per guardare la figlia in cagnesco e uscì dalla porta.
“Vi aspettiamo in strada” disse Ljuba andandole dietro.
“Ma siete impazzite” urlò Olga uscendo anche lei dall’appartamento.
“Non posso crederci” mormorò Jagoda a denti stretti seguendo le altre e sbattendo la porta dietro di se.
Per le scale, che alla sola luce dell’accendino scese lentamente, Jagoda poteva sentire le urla della sorella che cercava di trattenere la madre dell’uscire dal palazzo.
Con suo grande stupore una volta in strada trovò uno spaurito gruppetto di persone che si agitava con delle torce accese. In un angolo Olga stava disperatamente cercando, tirandola per la manica del cappotto, di convincere la madre a seguirla.
Dal cielo giungevano i rumori dei caccia della Nato e le luci dei traccianti della contraerea illuminavano di rosso la notte buia.
“Ma siete impazziti forse?” urlava Olga a tutto il gruppo “cosa credete di fare? Avete portato anche i bambini, siete degli incoscienti!”.
“Fermeremo le bombe” urlò qualcuno.
“Si, è arrivata voce che la gente stia uscendo dalle proprie case; stanno confluendo tutti verso alcune zone strategiche” urlò qualcun altro.
“Ma cosa state dicendo, chi ha messo in circolazione un’idiozia simile; io non ci credo” ribadì Olga.
In quel momento si cominciarono a udire in mezzo al frastuono dei canti, poi si intravidero delle luci dietro l’angolo. Presto quelle venti persone non erano più soltanto venti ma cento, poi duecento, poi molte di più: un corteo che giungeva chissà da dove composto da uomini, donne, vecchi e bambini molti dei quali in pigiama e pantofole con sopra una giacca pesante. Jagoda vide la madre, a braccetto di un anziano con un cappello da pompiere, unirsi alla marcia. Subito dopo non riuscì più a distinguerla. Anche la sorella era sparita risucchiata da quel turbinio di persone.
“Jagoda! Andiamo!”. La voce era di una ragazza che era uscita da un portone accanto al suo.
“Tanja! Anche tu” urlò Jagoda che aveva riconosciuto un’amica della sorella.
“Si, andiamo a fermare le bombe!”. Questa la prese per il braccio trascinandola e le due sparirono anche loro inghiottite dalla folla.
Per le strade della città la gente usciva dalle case, spesso accompagnata dalla musica di bande improvvisate; artisti di strada, suonatori da ristorante, maestri di musica delle scuole elementari e medie, sassofonisti, cantanti zigane, membri della filarmonica, tutti accompagnati da uno strumento, producevano armonie balcaniche.
Ovunque la gente si abbracciava, beveva, ballava, faceva festa. Jagoda incredula pensò che i fumi tossici delle fabbriche distrutte avevano fatto impazzirz il suo popolo; però, tutto era bellissimo. Le esplosioni ora sembravano lontane, il rombo dei caccia pure.
Qualcuno, seduto chissà dove, aveva seguito sbalordito sul suo monitor in bianco e nero l’accaduto ripreso dall’alto. Non se l’era sentita di permettere un simile massacro, forse qualcosa aveva fatto breccia attraverso quelle pareti fredde di calcoli economici ed alchimie politiche.
Bastò una telefonata e tutto ebbe fine.
Quando Jagoda aprì gli occhi, la testa all’indietro, la prima cosa che notò fu l’oscillazione del lampadario sul soffitto, subito dopo sentì che il pavimento tremava; pensò che la casa fosse stata colpita e stesse per crollare, poi si accorse della luce che filtrava dalla porta socchiusa della cucina.
“Anche di mattina”. Pensò che quella considerazione era troppo stupida come ultimo pensiero prima della fine.
“Che fai, cretina!”
La voce era della sorella che stava attraversando il corridoio con la madre sotto braccio.
“Sbrigati, il terremoto!”
La gente si era riversata, chi in pantofole chi ancora in camicia da notte, per le strade.
Tutti avevano avuto paura che le case potessero crollare.
Jagoda guardava quelle persone, c’era anche Tanja, l’amica della sorella ma come lei nessuno faceva festa, nessuno sorrideva. Si parlava. Si parlava di sfortuna, di persecuzione e di altre realtà.